Halloween Outdoor: la leggenda di Valle Christi (racconto breve)

Boys and girls of every age
Wouldn’t you like to see something strange?

dalla canzone “This is Halloween”, colonna sonora del film “The Nightmare before Christmas” di Tim Burton. 

Halloween Outdoor!

Storie di di zucche-lanterne, streghe e fantasmi, di mostri, vampiri e licantropi. Oggi è Halloween e leggenda e fantasia si intrecciano alla realtà tra feste, ghost tour e racconti che avvolgono luoghi e personaggi in un alone di mistero. Per gli appassionati di trekking e camminate, un’escursione alla scoperta di questi siti è quello che ci vuole per tuffarsi nell’atmosfera della “Notte delle Streghe”!
A Rapallo il luogo misterioso per eccellenza è Valle Christi, nella frazione di San Massimo. Qui, nel contesto del campo da golf, sorgono i ruderi di un antico monastero cistercense, fondato nel 1204 e di proprietà dapprima delle monache cistercensi e, successivamente, delle Clarisse di Sant’Agostino. Ciò che rimane oggi del complesso monastico – sconsacrato nel 1568 – è uno dei rari esempi di gotico in Liguria. 

Al monastero di Valle Christi è legata una leggenda, a cui è ispirata la storia che andiamo a raccontarvi. Siete pronti a vivere con noi la Notte di Halloween? E allora, buona lettura! 

Antefatto 

Genova, XII secolo. Tra le mura della Superba si consumavano lotte intestine tra le fazioni che ambiscono al governo della città. Un giorno, in uno di quegli scontri fratricidi, venne assassinato un console: Angelo De Mari. Ad aspettarlo a casa c’era Attilia, sua moglie. Non lo avrebbe visto tornare mai più. La donna piombò nello sconforto: le smanie di potere le avevano portato via l’amore della sua vita. Basta guerre, basta odio, basta intrighi che avvelenano l’animo. Attilia anelava pace, serenità, armonia. E silenzio. Quel silenzio che regnava tra le pareti di pietra dei conventi di clausura. Attilia ne immaginava uno, immerso nella campagna. Ne parlò con Tibe, una nobildonna genovese sua lontana parente. Tibe lesse il dolore negli occhi di Attilia e subito l’istinto le suggerì di assecondarla nel realizzare il suo desiderio.

Le due donne possedevano alcuni terreni alle pendici di una collina nella campagna alle spalle di Rapallo, allora piccolo borgo marinaro. Era il posto ideale. Attilia e Tibe decisero di donare quei terreni all’arcivescovo di Genova, con l’impegno di realizzarvi un monastero. Qualche anno dopo, la struttura iniziò a prendere forma: linee gotiche, austere, senza fronzoli, come voleva la regola cistercense. Era il 1204 quando il monastero venne ufficialmente fondato, ospitando le monache di clausura. 

La leggenda di Valle Christi 

La vita, a Valle Christi, scorreva tranquilla, ripetitiva, inesorabile. Sveglia alle prime luci del giorno, le lodi e la Messa, le faccende quotidiane da sbrigare, e ancora preghiere, riposo, silenzio. Agata aveva la sensazione che ogni giornata fosse uguale all’altra. Erano passati tre anni da quando aveva pronunciato i voti iniziando a tutti gli effetti la sua esistenza di monaca in quel silenzioso edificio circondato dai campi. Quello era il volere di suo padre, mercante di stoffe genovese. Agata, ovviamente, aveva accettato senza fiatare il destino che era stato scelto per lei. D’altronde, come avrebbe potuto opporsi? Invece la volontà altrui le aveva riservato quelle giornate fatte di meditazione e lavoro. Sua sorella maggiore, la primogenita, era andata sposa al rampollo di un’antica famiglia nobiliare della Superba. Chissà come sarebbe stato trovarsi al suo posto e avere un marito, dei figli? Pensava a questo mentre zappettava il rettangolo d’orto che le era stato assegnato, lontana dagli sguardi indiscreti dei contadini che portavano avanti la loro attività nei campi attorno al monastero. Ciò nonostante, si sentiva osservata. Sollevò lo sguardo, scostò il velo che le folate di vento pregno di umidità le avevano fatto scivolare davanti al viso. Fu allora che lo vide. Un uomo, al di là della staccionata che delimitava i confini del monastero, che la fissava con sguardo intenso. Era giovane. Vestiva con abiti semplici, una tunica allacciata in vita e le brache un po’ sgualcite: probabilmente era un pastore, o qualcosa di simile. Per qualche secondo Agata rimase lì, immobile, senza sapere come comportarsi. Non le era permesso intrattenersi con nessuno al di fuori del convento, figurarsi con un giovane uomo. Presa dal panico si alzò e corse via, rifugiandosi tra le pareti sicure della sua cella. Quella notte, non riuscì a prendere sonno. Più cercava di non pensarci, più il ricordo di quello sguardo intenso si intrufolava nella sua mente. E la faceva sentire viva. 

Per qualche giorno, Agata si tenne alla larga dall’orto. Alle sue superiori disse di sentirsi indisposta. La tentazione, tuttavia, divenne troppo forte. Una settimana dopo il primo incontro, Agata tornò nell’orto. Era l’ora nona, l’ora in cui le monache erano solite dedicarsi al lavoro. Lui era là. Come se la stesse aspettando. 

Gli incontri si intensificarono. Agata provò a mettere fine a quella situazione che avrebbe potuto costare cara a entrambi. Non ci riuscì. Correndo il rischio di essere scoperta, la giovane monaca iniziò ad incontrare Pietro – così si chiamava il pastore – anche durante la notte, con la complicità del buio. Andarono avanti così per settimane, sospinti da un desiderio incontrollabile, ma vivendo nel costante terrore di essere scoperti. 

Una mattina, mentre trasportava un cesto di panni, Agata ebbe un capogiro. Cadde a terra, due novizie la aiutarono a rialzarsi. Raccolse i panni, li rimise nella cesta. Si ricompose. Ma capì che qualcosa non andava. Il malessere si ripetè nei giorni successivi. C’erano mattine in cui Agata non si reggeva in piedi, in preda ai conati. Poi si faceva forza per evitare di attirare troppe attenzioni su di lei da parte delle altre monache 

Si confidò con Bice, una delle consorelle più giovani. Le raccontò di Pietro, dei loro incontri clandestini, del suo amore impossibile. Bice, che era la secondogenita di dieci fratelli, non impiegò molto a mettere in relazione la storia di Agata con i sintomi da lei descritti: gli stessi che, più volte, aveva notato nella sua povera madre durante le gravidanze. “Sei incinta, Agata”. Le parole di Bice diedero conferma a quello che, in cuor suo, Agata già sospettava. Dentro di sé stava crescendo il frutto del suo peccato. Suo e di Pietro. Doveva metterlo al corrente di quello che stava accadendo e dirgli di fuggire prima possibile. Poi, avrebbe pensato a come affrontare la sua situazione. 

Quello del commiato fu il momento più doloroso. “Scappa – disse a Pietro – Questo non è più un posto sicuro per te. E io non voglio che tu corra pericoli”. Il pastore non voleva saperne. Poi comprese che la sua presenza a Valle Christi avrebbe complicato ulteriormente la vita di Agata. 

“Tornerò” le disse, prima di incamminarsi lungo il sentiero che conduceva al paese. La monaca lo seguì con lo sguardo, gli occhi offuscati dalle lacrime, fino a quando la tunica celeste scomparve alla prima svolta della stradicciola. 

A quel punto venne presa dal panico. Ora era sola ad andare incontro al suo destino. Sola, con una creatura nel grembo di cui nessuno, tranne Bice, avrebbe dovuto scoprire l’esistenza tra le mura del monastero. Cercò di concentrarsi. Scappare era impensabile: la sua famiglia l’avrebbe ripudiata, non aveva denaro con sè e non avrebbe avuto altro posto dove andare. Confidare il suo peccato alle sue superiori sperando nella loro indulgenza era altrettanto improbabile: quello che aveva commesso era grave e le pene previste erano severissime. Forse una soluzione c’era: affidare il bambino a una delle famiglie di contadini che abitavano attorno al monastero. Ne parlò con Bice, che si offrì di aiutarla: sapeva di correre a sua volta un grave rischio, ma voleva bene ad Agata ed era ben conscia di quello che sarebbe potuto accadere se il suo segreto fosse stato scoperto. 
Le due monache iniziarono a elaborare un piano.

Una sera d’autunno intrisa di aria umida, Bice sgattaiolò fuori dal monastero subito dopo i Vespri: aveva poco tempo prima che le monache si radunassero in refettorio per consumare la cena. Si incamminò al buio, rabbrividendo per il freddo e per l’apprensione, in direzione di una casa colonica che sapeva essere abitata da una famiglia di pii lavoratori della terra: marito, moglie e quattro figli. Bussò. Sull’uscio comparve la donna, che la guardò con un misto di stupore e sospetto. Bice spiegò la situazione tutto d’un fiato, lo sguardo trepidante e le orecchie tese in direzione di Valle Christi nel timore che qualche consorella si fosse messa sui suoi passi. Nel frattempo il contadino aveva raggiunto la moglie. Quando Bice smise di parlare, i due coniugi si guardarono senza nascondere una certa meraviglia: il racconto e la richiesta espressa con voce incrinata da quella monaca minuta, piombata a casa loro in una tranquilla sera d’autunno, li aveva lasciati a dir poco sbigottiti. Si ritirarono per qualche minuti nella stanza, vicino al focolare, lasciando Bice, trepidante, in attesa. La tentazione era quella di evitare guai: diventare in qualche modo complici dell’avventura peccaminosa di una monaca di Valle Christi era senza dubbio pericoloso. Poi incontrarono lo sguardo supplichevole di Bice. Tornarono alla porta. La donna le porse una mano. “E sia – disse – Dietro la casa c’è un capanno: è il fienile. Quando sarà il momento, potrete nascondervi lì. Una volta che la creatura sarà venuta al mondo, saremo noi ad occuparcene”. Bice avrebbe voluto trattenersi più a lungo per ringraziare quelle due anime pietose, ma la fretta glielo impedì. Riuscì ad accomiatarsi solo con un “Dio vi benedica” colmo di gratitudine. 

Percorse il sentiero a ritroso, tesa a captare ogni minimo suono. Non udì nulla, salvo il battito d’ali di un rapace notturno che la fece spaventare a morte. La cuspide del campanile si intravedevano nel buio della notte. Immote, austere. Bice raggiunse l’ingresso che dava sul chiostro. Socchiuse la porta, cercando di fare meno rumore possibile. La richiuse alle sue spalle, si voltò. E quasi si sentì mancare quando, davanti a lei, trovò suor Gemma, una monaca già piuttosto avanti con l’età, il lume all’altezza del viso che faceva brillare i suoi occhi porcini, incassati in un viso tondo e rubizzo. “Che ci fai qui?” le chiese con tono inquisitorio. “Nulla. Ho sentito dei rumori e sono uscita a controllare, ma deve essere stato qualche animale” rispose Bice, maledicendosi per la voce incrinata che, ne era certa, aveva destato ancora più sospetto nell’anziana monaca. “Muoviti, allora. Vai in refettorio. La cena è pronta e la Madre Badessa non tollera ritardi”. Bice corse in direzione del refettorio, percependo gli occhi porcini fissi sulla sua schiena. Fortunatamente, le suore stavano prendendo posto in quel momento nell’ampio stanzone illuminato dalla luce fioca delle candele. Prese posto e incrociò lo sguardo di Agata, seduta di fronte a lei. Uno sguardo carico di tensione e di speranza. 

Il momento era quasi giunto. Agata iniziava a far fatica a nascondere il ventre ormai prominente sotto alle vesti e si muoveva con circospezione. Ogni tanto confabulava con Bice, tenendosi lontana da occhi indiscreti. Solo una volta le capitò di notare suor Gemma, con i suoi piccoli occhi inespressivi, che le osservava da dietro alle colonnine marmoree del chiostro. Si sentiva in colpa: per se stessa, per Pietro, per Bice. Soprattutto, per la creatura che portava in grembo. Al canto del Mattutino, quando la luce filtrava attraverso il rosone e la chiesa si riempiva della luce dell’alba, Agata pregava raccomandando a Dio l’anima del piccolo essere che stava crescendo dentro di lei. Si sentiva esausta, ma decisa a raccogliere le ultime forze per mettere in salvo il frutto di quel primo incrocio di sguardi nell’orto del monastero che le aveva segnato per sempre la vita. 

Era una bella mattina di primavera quando Agata si accorse che qualcosa di inconsueto stava accadendo. Al termine della Messa fece in modo di raggiungere Bice, che non ebbe dubbi: “E’ giunta l’ora – disse – Devi resistere fino al calar del sole. Solo allora potremmo tentare di uscire e raggiungere il fienile. Mi occuperò io di tutto. Dì che sei indisposta e resta nel tuo alloggio: verrò io a chiamarti”. 
Agata si ritirò nella sua cella. Si sdraiò nel giaciglio, lo sguardo rivolto alla finestra chiusa dall’inferriata, i denti stretti per resistere alle fitte al basso ventre. Era spaventata, desiderava solo che il tempo scorresse in fretta fino all’arrivo di Bice.

Il sole era già sceso da un pezzo dietro la collina, ma la giovane monaca sua amica non si era ancora fatta viva. Agata, ormai in travaglio, iniziò a pensare il peggio. Il dolore le faceva quasi perdere i sensi. Più tardi – ad Agata pareva di essere entrata in uno stato di trance – sentì un ticchettio sommesso alla porta della cella. “Sono io” sentì bisbigliare. A fatica, cercò di mettersi in piedi. Le girava la testa. Con un ultimo sforzo raggiunse la porta. La aprì. 

Di fronte a lei trovò Bice, in lacrime. Alle sue spalle, due inconfondibili occhi porcini la fissavano con astio. Accanto a Bice, si ergeva la figura della Madre Badessa in persona. Altera, imperscrutabile. Guardava Agata con un’espressione che non lasciava trasparire nulla. Gelida. Agata, che a stento si reggeva in piedi, rabbrividì. Non sapeva cosa fare, cosa dire. Fu la Badessa a rompere quel silenzio angosciante, rivolgendosi a Bice. “Entra – le disse – fai quello che devi”. Bice obbedì, continuando a singhiozzare. 

Poco prima dell’alba, un grido squarciò il silenzio: l’ultimo sforzo di Agata per dare alla luce la sua creatura. Era una bambina. Bice, a sua volta stremata, si abbandonò ai piedi del giaciglio della consorella dopo averle messo tra le braccia quel piccolo essere grinzoso. Rimasero così per diverse ore. Bice raccontò di essere stata sorpresa da Suor Gemma mentre tentava di raggiungere l’abitazione dei contadini e predisporre il necessario per ospitare Agata nel fienile. Suor Gemma la trascinò al cospetto della Madre Badessa. A quel punto Bice fu costretta a confessare tutto. “Non importa – disse Agata, accarezzando la bambina stretta al suo petto – Forse era destino che andasse a finire così”. 

Era da poco rintoccata l’ora terza quando sentirono un rumore di passi nel corridoio che portava agli alloggi delle monache. La porta della cella si spalancò. Agata e Bice sussultarono, mentre la piccola iniziò a strillare. “Alzatevi” disse perentoria suor Elsa, la superiora, attorniata da un capannello di monache. Bice si sollevò in piedi e aiutò Agata ad alzarsi dal letto, la bimba stretta tra le braccia e infagottata alla bene e meglio in un lenzuolo. La superiora si incamminó lungo il corridoio, seguita dalle altre monache che attorniavano Agata e Bice come mastini da guardia. Oltrepassarono l’ala degli alloggi; scesero al pianterreno; sfilarono davanti alle cucine e al refettorio; arrivarono alle cantine. Lì le attendeva la Madre Badessa, ritta in piedi, con la consueta espressione enigmatica. Aveva in mano una grossa chiave. La infilò nella toppa di una delle cantine. Fece un paio di giri: la porta si apri. “Portatela dentro” ordinò. Le monache che sorreggevano Agata la scortarono all’interno della cantina, pregna di umidità. Ad Agata tremavano le gambe. Stringeva a sé la piccola, che aveva iniziato a strillare. “Speravi che il tuo segreto non sarebbe mai uscito da queste mura – disse la Madre Badessa – Ebbene, così sia. Che il Signore abbia pietà della tua anima e di quella della tua creatura”. Fece cenno alle monache di uscire. Agata iniziò a urlare disperata: invano. L’ultima cosa che vide fu quello sguardo gelido che continuava a fissarla mentre la porta si chiudeva davanti a lei. Per sempre. 

Tanti anni dopo…

Il sentiero era immerso nell’ombra. Faceva freddo. Marietto camminava a passo svelto, osservando le nuvole di vapore che gli uscivano dalla bocca e sembravano cristallizzarsi nell’aria pungente. Aveva terminato la sua giornata di lavoro – era garzone di bottega – e stava rientrando a casa, sulle alture di Rapallo, nella frazione di San Massimo. Aveva fame. Pregustava la zuppa fumante e il pane fatto in casa da sua madre, croccante, soffice. 

Accelerò il passo, stretto nel soprabito ereditato dal fratello maggiore, che era imbarcato su una nave mercantile e tornava a casa di rado. Arrivò in prossimità dei ruderi dell’antico monastero di Valle Christi. Indovinò i contorni del campanile, avvolto dall’edera, perso nelle ombre della sera. Quel posto gli aveva sempre trasmesso una sensazione di inquietudine. 

Accelerò il passo in direzione di casa. Si stava lasciando i ruderi alle spalle quando, ad un tratto, udì un rumore. Marietto si fermò a metà di un passo. Aveva con sè un lume ad olio. Lo sollevò guardandosi attorno, trattenendo il respiro. I rami d’ulivo affacciati sul sentiero brillavano alla luce dorata della piccola lanterna. Solo il latrato di un cane, in lontananza, rompeva il silenzio. Riprese a camminare. Ancora quel suono. Come fosse un lamento. Lungo, angosciante. Pareva il sibilo del vento tra i rami degli alberi nelle giornate di burrasca. Ma quella sera non c’era vento. “Sarà stato un animale notturno” pensò Marietto. In effetti era un’ipotesi plausibile. Si tranquillizzò. Si rimise ancora una volta in marcia: si stava facendo tardi e rischiava che la cena si freddasse. 

Ancora quel lamento. Questa volta lo distinse chiaramente. Sembravano due voci, una più grave, l’altra più acuta, intrecciate assieme in un unico gemito angosciante. In quel momento gli venne in mente una storia che, anni prima, gli aveva raccontato suo nonno. Ricordò che parlava di Valle Christi e di una suora che, perdutamente innamorata di un pastore, rimase incinta e, per punizione, venne murata viva con la sua bambina in una cella del convento. Marietto sentì un brivido scendere lungo la schiena. Iniziò a correre come un forsennato lungo il sentiero. Inciampò, cadde. Il lume si spense. Si rialzò alla svelta e si lanciò nel buio in direzione di casa, mentre il lamento straziante continuava a squarciare il silenzio di quella buia notte senza luna. 

 

Valle Christi, oggi


Questa è la leggenda di Valle Christi. I nomi e il racconto sono di fantasia, ma la storia della monaca innamorata del pastore e murata viva per punizione si tramanda da anni e anni a Rapallo e dintorni. Tanto che il sito è stato più volte oggetto di ricerche di eventuali anomalie o attività paranormali che potessero confermare le numerose leggende sorte intorno a quel luogo così particolare. Se volete verificare di persona… Beh, questa è proprio la serata giusta! 

Buon Halloween e buone camminate… Da brivido!

 

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