“Rapallo – La storia nei secoli”. Alla ri-scoperta del territorio e dei suoi antichi sentieri con il libro di Alessandra Rotta

29 ottobre 2018: una tremenda mareggiata distrugge le coste liguri. A Rapallo, la furia delle onde distrugge la diga del porto. Anche il faro, luce nelle tenebre, è divelto dall’impeto dei flutti. In poche ore, la natura ha ripreso con sé molto di quanto l’uomo ha costruito in decenni. Solo il “pennello” che ricalca quello dell’antico molo di Langano non è stato toccato: segno di quanto i vecchi rapallini, centinaia di anni fa, conoscessero i segreti del mare, dei venti, della natura che sa essere matrigna e, nel modo più brutale, fa capire quanto sia fondamentale rispettarla. 

 

La copertina del libro di Alessandra Rotta

Questo avvenimento, ormai entrato di diritto nella storia della città, ha dato lo spunto ad Alessandra Rotta, architetto, ricercatrice ed esperta di storia locale, per la stesura di un libro. Un libro che ha uno scopo ben preciso: mostrare tutti gli elementi che, nei secoli, hanno plasmato il territorio e che oggi chiedono una nuova rilettura, un nuovo percorso per ri-scoprire Rapallo.

 

Il titolo del volume è “Rapallo – La storia nei secoli” (Erga edizioni, prefazione di Colette Bozzo Dufour, già docente di Storia dell’Arte Medievale all’Università di Genova, scomparsa pochi giorni fa). Un percorso che si snoda attorno a quelli che sono i momenti più salienti della storia della città, tutto da leggere, da approfondire, e da vivere proiettando nel passato i siti storici della città con l’ausilio dei suggestivi scatti a cura del gruppo fotografico Rapallo “Dietroaunvetro” – Volontari del Soccorso Sant’Anna. 

Noi abbiamo deciso di saperne di più con una lunga e interessante chiacchierata con l’autrice. Ecco l’intervista ad Alessandra Rotta, che ringraziamo per la disponibilità. Buona lettura!

Perché ha deciso di scrivere questo libro?

«Ho studiato tanto il territorio e mi sono resa conto che mancava qualcosa che lo raccontasse da bambina sono rimasta colpita da un anello affisso nella Casa Garibalda (antico edificio dalle caratteristiche strisce bianche e nere, sito sul lungomare di Rapallo, ndr). Mio padre mi raccontò che quell’anello serviva per legare le briglie del cavallo a chi attendeva che le merci venissero scaricate dal porto. Questo, così come altri, erano segni che facevano capire qualcosa. Intorno ai tredici, quattordici anni ho iniziato a fare ricerche su questi segni del passato, che  rappresentano una sorta di testimonianza: la storia non è qualcosa di diverso da noi ma è il frutto di una serie di azioni, mirate ad uno scopo. I segni sono proprio ciò che queste azioni hanno lasciato sul territorio. Esistono tantissimi libri che parlano della storia, delle famiglie, delle ricette tipiche di Rapallo e dintorni, ma nessuno aveva mai raccontato prima d’ora i cambiamenti avvenuti nel territorio in relazione alle azioni dell’uomo. I fatti della mareggiata dell’ottobre 2018 e quanto essa abbia influito sul paesaggio mi hanno offerto ulteriori spunti di riflessione e analisi. Il libro è nato così». 

 

Alessandra Rotta

Uno dei capitoli dà particolare importanza alla rete viaria collinare, che poi è l’attuale rete sentieristica. Quali sono le sue peculiarità?

«Prendiamo ad esempio un altro dei “segni” presenti sul territorio: la chiesa di Chignero, frazione di Rapallo, dedicata a San Rocco: da qui partiva una delle grandi strade delle transumanze. Questo per dire che quando, nelle nostre zone si esce di casa e ci si mette in cammino, non si fa una passeggiata qualunque. Da qui transitavano le grandi rotte commerciali: ad esempio, la chiesa di San Rocco di Camogli era collegata da un lato a Tortona (è la cosiddetta Via del Mare, tracciata con il segnavia VM su sfondo bianco e rosso, ndr) e dall’altro a Bobbio (lungo le antiche Vie del Sale). I nostri antenati avevano grande conoscenza delle rotte commerciali, portavano il nome di Rapallo dappertutto e, viceversa, portavano qui molte persone. Rispetto ad oggi, avevano un senso d’identità molto forte e grande lungimiranza». 

Ci spieghi meglio…

«I sindaci di Rapallo, per tutto il XIX secolo, erano dei notabili: notai, avvocati, possidenti. Persone di grande cultura, che peroravano fortemente le cause della città con Genova. E non guardando a due o tre anni dopo, non navigavano a vista: erano lungimiranti. Lo stesso campo da golf, nei primi anni del ‘900, era stato voluto in ottica di sviluppo turistico perché i nobili inglesi praticavano quello sport». 

Poi, cosa è successo? 

«L’apertura del casello autostradale aprì quella che, come faccio notare nel libro, è stata la quarta fase di sviluppo di Rapallo. Quella vista con l’accezione più negativa: la cosiddetta “rapallizzazione”. Quelle abitazioni costruite in maniera selvaggia, senza un criterio paesaggistico, sono a loro volta “segni” di un determinato periodo storico. Dopo la devastazione della Seconda Guerra Mondiale, in Italia si sviluppò un nuovo modello di sviluppo e benessere. Erano gli anni ‘60: gli anni delle prime utilitarie, delle ferie estive. I sindaci e i possidenti di allora valutarono che, con la vendita dei terreni che prima erano campi coltivati, avrebbero potuto favorire la realizzazione di case che avrebbero ospitato questo nuovo filone di turisti. Da quelle operazioni trassero beneficio almeno tre generazioni di rapallesi. Oggi, però, il modello è cambiato. L’obiettivo dovrebbe essere la rigenerazione della “rapallizzazione”». 

In che modo si potrebbe agire?

«Alcuni Paesi d’Europa stanno affrontando situazioni analoghe riqualificando i quartieri che possono essere equiparati alle nostre via Laggiaro, via Betti, via Milano. Come? Ad esempio, sviluppando gli edifici in verticale, abbattendo le barriere architettoniche e avendo un occhio di riguardo al risparmio energetico; gli spazi recuperati sono convertiti in giardini e aree a disposizione della comunità per favorire socializzazione e integrazione. Non è un processo che si fa da un giorno all’altro e serve un progetto a lungo termine. Si potrebbe ad esempio iniziare realizzando giardini pensili laddove possibile. Quegli spazi potrebbero essere messi a disposizione dei condomini, in particolare bambini e anziani, magari gestiti da cooperative che organizzino attività. E’ anche un modo per creare nuovi posti di lavoro». 

Tra le pagine, cita l’ Alta Via del Tigullio: un percorso del genere potrebbe avere richiamo in chiave di turismo outdoor comprensoriale? 

«E’ la strada di crinale che parte da Chiavari e arriva fino alla piazzetta di Portofino. In essa convergono tutti i sentieri che partono da fondovalle, come se fosse un pettine. Anche le frazioni erano collegate tra loro, a dimostrazione che, un tempo, si aveva una mentalità più aperta di adesso: ogni località sapeva di aver bisogno di quelle vicine e facevano in modo di essere in connessione. Oggi, invece, sembra ci sia incapacità di fare squadra.  Una volta, una persona mi disse queste parole: “Una costellazione è un insieme di stelle: più brillano le singole stelle, più brilla la costellazione”. Oggi, invece, si fa fatica a capire che insieme si è più forti». 

Cosa è cambiato, a suo avviso, rispetto al passato?

«Quella che si è andata a perdere è l’identità del posto. Forse è andata a perdersi con la visione turistica consumistica, stile “Arrivi, paghi, te ne vai” anziché “Arrivi, ti fermi, ti mostro chi sono e ti trasmetto la nostra identità”.  Un tempo, turisti inglesi e tedeschi venivano a Rapallo perché qui trovavano qualcosa di unico, un’anima che ancora c’è, ma che dobbiamo riscoprire. Ho scritto questo libro anche per questo: mi piacerebbe che ogni cittadino lo avesse per ritrovare la propria città, quello che la rende speciale, per trasmetterlo agli altri».

Oggi si parla molto di sostenibilità. 

«Anche in questo caso, gli antichi erano più lungimiranti di noi: una volta esistevano le fabbriche di sapone per non buttare via gli scarti della produzione dell’olio. Ora ci troviamo all’interno di una spirale: non sappiamo come smaltire determinati rifiuti. Invece, bisognerebbe arrivare a chiudere il cerchio». 

 

 

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