25 Aprile, 75 anni dopo: itinerari e storie della Resistenza nel Tigullio e nel suo entroterra

“Forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia”
[Italo Calvino, Il Sentiero dei nidi di ragno]

 

Ci sono sentieri che raccontano storie. Vicende ed episodi che assieme, hanno fatto la Storia, quella con la S maiuscola. Oggi è il 25 Aprile e vogliamo raccontarvi alcuni di questi racconti. Storie di uomini, donne, ragazzi poco più che adolescenti, uniti da un ideale comune: rendere l’Italia un Paese libero e democratico. Storie che, in alcuni casi, sono venute alla luce fin da subito; gesti eroici che, al contrario, sono emersi dopo molti anni grazie al lavoro di ricercatori e appassionati tra archivi, biblioteche, testimonianze dei fatti che si sono tramandate di generazione in generazione. Molti di questi fatti sono avvenuti tra il Tigullio e il suo entroterra, dove erano attive diverse formazioni partigiane. Percorrendo la rete sentieristica, non di rado si incontrano stele, lapidi, targhe che ricordano gli episodi avvenuti tra il 1943 e il 1945 e rendono omaggio a chi, in quegli avvenimenti, perse il bene più prezioso: la propria vita. 

Ecco quindi che i percorsi escursionistici si trasformano in percorsi di storia e di cultura, di vita e di ideali, valori, sacrificio per il bene comune. Ne abbiamo individuati diversi con l’aiuto di Matteo Brugnoli, appassionato di Storia e, in particolare, delle vicissitudini legate alla Resistenza in Italia. Nell’estate 2019, Matteo ha avviato un progetto che è frutto della sua passione e delle sue ricerche certosine tra archivi, biblioteche, testimonianze dal vivo: una mappa digitale che localizza i luoghi della Resistenza nel Tigullio (e nell’entroterra). Ad ogni luogo geolocalizzato corrisponde una storia, riportata nella mappa e nel blog https://mapparesistenzatigullio.wordpress.com/. «Ho pensato che valesse la pena lavorare per uno strumento che rendesse la Storia di quel periodo accessibile a tutti ed ho cercato di provare a raccontare la Resistenza del nostro territorio attraverso una mappa digitale – racconta Brugnoli – Spero che questo mio lavoro, in continuo aggiornamento, possa aiutare a ricordare chi non è stato indifferente e grazie ai quali oggi ognuno di noi può vivere in libertà e democrazia». 

E allora eccoci qui, 75 anni dopo, in questo giorno speciale che quest’anno si celebra in un periodo ancor più particolare, a raccontare una serie di itinerari che, oggi, assumono un significato ancora più profondo. 

La storia del partigiano “Berto”, da Santa Margherita Ligure alla Val d’Aveto 

Il racconto inizia a Santa Margherita Ligure. Qui, il 12 giugno 1925, nacque Silvio Solimano. Silvio, studente dall’animo coraggioso, mostrò fin da giovanissimo il desiderio di diventare parte attiva nel movimento antifascista. Venne arrestato e imprigionato a Rapallo, ma riuscì a fuggire: destinazione, la Val D’Aveto, dove era attiva la brigata Garibaldi “Chichero”, il cui primo nucleo si radunò nel 1943 nella zona di Favale di Malvaro. A capitanare la Brigata (che poi divenne Divisione) era Aldo Gastaldi, nome di battaglia“Bisagno”, il maggior esponente della Resistenza italiana a Genova e dintorni. 

Lapide in memoria del partigiano Berto (dal sito https://www.pietredellamemoria.it/)

“Berto” – questo era il nome di battaglia di Silvio Solimano – si aggregò alla Brigata e subito dimostrò grande ardimento nonostante la giovane età, tanto da guadagnare quasi subito il comando di un distaccamento della Brigata. Le gesta eroiche del giovane Berto si moltiplicarono. Fino al fatidico 27 agosto 1944. I soldati nazifascisti erano penetrati nella Valle: obiettivo, compiere un rastrellamento contro i partigiani. Questi ultimi vennero attaccati lungo la strada per Santo Stefano d’Aveto, in località Allegrezze. Silvio Solimano, anche in quell’occasione, non si smentì: si lanciò contro il nemico. Fu il suo ultimo gesto di coraggio: venne colpito in fronte e cadde, lasciando sul campo di battaglia la giovane vita. Un sacrificio estremo, che gli valse la Medaglia d’Oro al Valor militare alla memoria. I nazifascisti ordinarono che il cadavere di Berto rimanesse lì, sulla strada, in località La Cava, minacciando chiunque avesse provato a spostarlo per dargli onorata sepoltura. Così non fu. Tra coloro che recuperarono il corpo del giovane partigiano, le testimonianze videro anche il parroco don Primo Moglia, che a sua volta, assieme a tutta la popolazione di Allegrezze, si distinse per aver eroicamente prestato soccorso ai feriti in battaglia, mettendo a disposizione la sua canonica. I nazifascisti, per rappresaglia, accerchiarono il paese e lo diedero alle fiamme: dal rogo si salvarono solo la chiesa, la canonica e la scuola. 

Sulla lapide che ricorda il sacrificio di Berto, ad Allegrezze, è riportata questa scritta: “Viandante che ammiri questo stupendo lembo di terra ligure, sosta un attimo e ricorda il partigiano Silvio Solimano “Berto”, medaglia d’oro al valor militare (a cui, tra l’altro, è  intitolata la sezione Anpi di Santa Margherita Ligure). Qui, a 19 anni, cadde combattendo contro il nazi-fascisti per la liberazione d’Italia”. E allora eccoci qui, a rendere omaggio a Berto prima di incamminarci verso il monte Maggiorasca lungo il sentiero contrassegnato da una X gialla che parte in prossimità della chiesa di Allegrezze. Il percorso è molto lungo (circa 4 ore di cammino) e raggiunge la cima del Maggiorasca (1804m) tra punti panoramici e passaggi nelle suggestive faggete. 

Razza, Macchia e la Resistenza ai piedi del monte Penna 

Lapide del partigiano “Razza”

Restando nel Parco Regionale dell’Aveto, mèta per eccellenza per gli escursionisti, approdiamo alle pendici del monte Penna, al confine tra Liguria ed Emilia Romagna. Qui incontriamo un’altra lapide, che ci ricorda il sacrificio dei giovani partigiani “Macchia” (Domenico Raggio) e “Razza” (Giovanni Galloni), due giovani di Bedonia. Il primo tragico fatto, quello che portò alla morte di “Macchia”, risale al 24 agosto del 1944, quanto era in atto un rastrellamento da parte dei nazifascisti per stanare i partigiani che si erano rifugiati in Valle. A provocarlo, il tentativo di recuperare l’esplosivo contenuto in alcune bombe rimaste a bordo di un aereo inglese caduto sul monte Penna. Forse l’inesperienza, forse la concitazione del momento, causarono il fatto tragico: una delle bombe scoppiò e raggiunse in pieno il giovane “Macchia”, che morì poche ore dopo. L’altro episodio accadde sei giorni dopo. La sera del 29 agosto, la staffetta “Razza” era arrivata alle pendici del Penna per portare a “Virgola”, nome di battaglia di Eraldo Fico, di Sestri Levante, comandante della divisione Coduri, l’ordine di resistere sul passo il più a lungo possibile. La mattina successiva iniziò l’attacco nemico. “Razza”, che si preparava a ritornare al comando, venne colpito da una granata che lo uccise sul colpo.

La visita alla lapide che ricorda Macchia e Razza più essere inserita in un’altra tra le escursioni più suggestive nella Val d’Aveto e dintorni: l’Anello del Monte Penna, con passaggi nella splendida faggeta per un connubio davvero unico tra uomo e natura.

 

“Viva l’Italia!” – A Calvari, sulla via per il monte Ramaceto, il sacrificio di “Cucciolo” 

Uno degli aspetti più emozionanti delle storie della Resistenza è che molti dei protagonisti sono stati giovani non ancora ventenni, pronti a sacrificare la vita per liberare l’Italia dall’oppressione nazifascista. Dopo “Berto”, ecco quindi la storia di “Cucciolo”, che era il nome di battaglia di Rinaldo Simonetti. 

La cappella delle Paie (dal blog https://mapparesistenzatigullio.wordpress.com/)

Una storia che, ancora oggi, cela un risvolto misterioso. Era il 28 febbraio 1945. A Calvari, a metà di salita Castello, venne teso un agguato ad Aldo Ronconi, alpino della divisione Monterosa della Repubblica Sociale Italiana. Morì. Scattò la rappresaglia: dieci partigiani imprigionati a Chiavari furono condannati alla fucilazione. Il giorno dopo, vennero trasferiti su un camion scoperto fino a Calvari, dove sostarono nella piazza del paese. A quel punto, però, venne dato ordine di riportarli in carcere a Chiavari. Motivo: non era ancora stata emessa la sentenza di morte e il comandante del plotone d’esecuzione si rifiutò di procedere. La sentenza venne emessa il 2 marzo: l’esecuzione sarebbe avvenuta quella sera. Il camion, in serata, ripartì alla volta di Calvari, con a bordo i condannati. Si fermò in prossimità del sentiero che si addentra nel Bosco delle Paie, sopra Calvari, in val Fontanabuona. Dal camion, vennero fatti scendere i dieci partigiani. Furono fatti incamminare lungo il sentiero. Tra loro, un giovane dallo sguardo nel contempo fiero e spaurito. Chi era presente, mentre i partigiani scendevano dal camion, fece in tempo a riconoscerlo: era Rinaldo Simonetti, un ragazzo di poco più di diciotto anni, originario di Certenoli. Quelli stessi testimoni, però, erano convinti che Rinaldo, la sera prima, non fosse sul camion scoperto che aveva sostato in piazza a Calvari. Cosa ci faceva, allora, tra i condannati a morte? Aveva preso il posto di qualcuno? Domande che aleggiavano tra la vegetazione, mentre i condannati raggiungevano uno spiazzo. Arrivò don Giuseppe, parroco di Certenoli, per dare conforto spirituale a chi stava per morire. Il sacerdote raccontò che “Cucciolo” (questo, il nome di battaglia di Rinaldo), lo abbracciò a lungo e gridò “Viva l’Italia!” prima di essere trapassato dai proiettili. Sul luogo in cui avvenne la fucilazione, è stata costruita una cappella in memoria dei caduti. 

Il Casone dello Stecca

Alla visita alla cappella delle Paie si può abbinare l’escursione nella Val Chichero, anfiteatro naturale dominato dal massiccio del monte Ramaceto. L’anello del Ramaceto, con partenza e arrivo da Villagrande di Chichero, è uno degli itinerari più gettonati nell’entroterra del Tigullio: un paesaggio rurale che riporta indietro nel tempo unito a scorci panoramici mozzafiato e a numerosi spunti storici (tante, nella val Chichero, sono le testimonianze della Resistenza, come i cosiddetti “cason”, casolari in cui si rifugiavano i partigiani) sono le caratteristiche di un’escursione davvero imperdibile per gli appassionati di trekking culturale. 

Particolare è la storia del “Casone dello Stecca”, luogo sacro della Resistenza in Liguria. Nel casolare, oggi abbandonato, si riunivano Bisagno, Marzo e Ricci: i tre comandanti che hanno organizzato la lotta partigiana tra i monti dell’entroterra e delle vallate liguri. In questo “casun”, per farla breve, nacque la lotta di Liberazione. Il sito, senza dubbio, merita una visita. Lo si può incontrare percorrendo l’Itinerario dei 7 Passi, 17 chilometri che vanno dal passo di Romaggi (Carasco) al Passo del Rondanara, in località Lorsica, oltrepassando ben sette valichi. 

Questi sono solo alcuni dei luoghi della Resistenza nel Tigullio ed entroterra che si incontrano lungo le reti sentieristiche. In realtà sono molti di più. Ciascuno di questi – e le storie e le persone ad essi legati – meriterebbe di essere visitato. Soprattutto, di essere ricordato. E non solo il 25 Aprile. Perché – parafrasando Sandro Pertini – la libertà è un bene prezioso e inalienabile: è un’esigenza permanente.

 

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