La Via dei Tubi: natura, storia, ingegneria, adrenalina sul Monte di Portofino

Paesaggi e natura, storia e geologia, zoologia, sport e adrenalina. C’è proprio tutto, in quella che una delle escursioni più particolari in quel contesto unico al mondo che è il Parco di Portofino: la Via dei Tubi. 

Iniziamo subito da un particolare fondamentale e non trascurabile: non è un’escursione adatta a tutti. Anzitutto, è praticabile solo in presenza di una guida escursionistica del Parco. Il motivo è presto detto: il tragitto è relativamente breve (circa 5km di cammino) e per la maggior parte in piano salvo qualche dislivello. Ma non fatevi ingannare. Il coefficiente di difficoltà si alza perché diversi tratti sono particolarmente esposti e attrezzati con catene, a cui bisogna aggrapparsi saldamente; in più, lungo il tragitto si incontrano tre gallerie ed è necessario procedere torcia alla mano (meglio ancora, sulla fronte) facendo attenzione a dove si mettono i piedi, e non solo per non rischiare di prendere una storta. Questo, però, lo vedremo tra poco. 

Il primo tratto della Via dei Tubi

In sintesi: è un’escursione bellissima, che vi aprirà il cuore con scorci di paesaggio stupendi e tanti spunti di interesse storico e naturalistico. Per farla, però, dovete essere in buone condizioni fisiche e di allenamento e non soffrire di vertigini o claustrofobia (le gallerie, non sono particolarmente lunghe, ma il soffitto è basso, soprattutto nella prima delle tre, e in alcuni punti è necessario procedere carponi). Se rispondete a queste caratteristiche e cercate un percorso un po’ inusuale nella zona del Tigullio e dintorni, questa fa al caso vostro! 

E allora, partiamo. Dopo aver prenotato i posti (sulla pagina Facebook “Parco di Portofino trovate tutti i riferimenti), ci troviamo al punto di ritrovo dell’escursione: il sagrato della Chiesa di San Rocco di Camogli, che ci accoglie con la sua splendida vista sul Golfo Paradiso. Sono le 9 di un sabato mattina di metà luglio, il sole è offuscato da nuvole pregne di umidità, ma il colpo d’occhio è sempre meraviglioso.  

 

Il conglomerato di Portofino

Valerio, la guida escursionistica, inizia ad illustrarci quelli che sono i particolari salienti del percorso, che si snoda lungo il tracciato dell’antico acquedotto realizzato tra il 1897 e il 1899 per rifornire d’acqua Camogli. Come? Portando nel borgo, tramite la realizzazione di condutture, l’acqua della sorgente Caselle, alle spalle di San Fruttuoso di Capodimonte, che è poi la tappa conclusiva dell’itinerario. Camogli, allora, era un florido punto di riferimento mercantile, tanto da meritare l’appellativo di “Città dei mille bianchi velieri”: la sua flotta era una delle marinerie più importanti d’Europa, centro nevralgico di scambi nel Mediterraneo. La possibilità di fruire di cospicui quantitativi d’acqua era quindi fondamentale. Ecco allora l’iniziativa di realizzare un acquedotto, sfruttando la forte presenza d’acqua nella parte a Sud del Monte di Portofino. Non fu certo un’impresa facile. La principale difficoltà era data dalla conformazione del conglomerato di Portofino, roccia particolarmente consistente a base argillo-sabbiosa che poco si prestava a operazioni di questo tipo. Nei punti in cui era impossibile posizionare le condutture in maniera lineare, gli operai ovviarono realizzando sifoni (sono i punti che determineranno i saliscendi nel percorso), oltre a tre gallerie scavate nella roccia con l’ausilio della dinamite. 

 

La Sorgente Vecchia

Gli antichi trogoli

Ci incamminiamo, incuriositi dalla spiegazione e impazienti di guardare, con i nostri occhi, quest’opera di ingegneria che oggi non rifornisce più la pittoresca cittadina, ma dà valore aggiunto al Parco sotto il profilo storico. Da San Rocco di Camogli arriviamo al piccolo borgo di Mortola, con le sue case colorate affacciate sul mare, e proseguiamo verso località Batterie facendo tappa alla Sorgente Vecchia, da cui sgorga acqua perenne. E’ potabile e gli escursionisti vi si possono rifornire, ovviamente facendo attenzione a non sprecarla! Valerio ci spiega che qui, un tempo, le donne di Mortola e pure quelle di Camogli (per chi avesse il dubbio, sì: arrivavano fin qui a piedi, e non era propriamente uno spasso avendo anche la cesta con la biancheria appresso) per lavare i panni nei trogoli, che sono ancora visibili. 

La casermetta al Bricco

Accomunati dal pensiero riassumibile in “Benedetta sia la lavatrice”, raggiungiamo località Batterie, chiamata così per la presenza dei resti della 202ma batteria costiera del Regio Esercito, costruita alla fine degli anni Trenta come sistema antinave. E’ un altro dei luoghi particolari del Parco, gettonatissimo per gli appassionati di trekking storico e culturale (per informazioni: Centro Visite Batterie – Parco di Portofino)

Camminiamo fino al bunker telemetrico in località Bricco, affiancato dai resti di una casermetta. Un punto strategico per gli avvistamenti militari:

in questo momento la foschia attenua la visuale, ma nelle giornate terse lo sguardo abbraccia quasi interamente la costa ligure. Sotto di noi, punta Chiappa scivola nel mare verde smeraldo: uno scorcio che è impossibile non immortalare.

Vista su Punta Chiappa

 

A questo punto, abbandoniamo il sentiero che prosegue per San Fruttuoso via Passo del Bacio (anche questo riservato ad escursionisti esperti per via di diversi punti esposti e con catene) e svoltiamo sulla sinistra, percorrendo un tratto iniziale in salita: è l’inizio della Via dei Tubi e presto incontriamo il cilindro in cemento che affiora in diversi punti del terreno. 

Uscita dalla prima galleria

Avanziamo costeggiando l’imponente conglomerato alla nostra sinistra, dove – fa notare Valerio – è stato realizzato un primo sifone . Poi, eccola: la prima galleria, che fa breccia nella roccia. Sembra la tana del “Bianconiglio”. L’apertura è bassa, stretta e un pochino inquietante, ma non c’è nulla di cui aver timore, a meno che non vi prenda un improvviso e inaspettato attacco di claustrofobia o non siate Batman. Per alcuni metri bisogna procedere carponi; poi, piano piano, si può assumere una posizione più eretta, sempre stando attenti a non battere la testa: tatuarsi i ciottoli del conglomerato sulla fronte potrebbe essere poco piacevole. 

Sbuchiamo e continuiamo a camminare, avvolti nei profumi della macchia mediterranea. Poi, è magia: sotto di noi, lo splendore incontaminato di Cala dell’Oro, le acque del mare verde-azzurro che scintillano sotto la torretta di avvistamento, un tempo utilizzata contro le scorribande piratesche.

Si dice infatti che qui, dopo aver messo a sacco Recco nel 1557, venne a nascondere il suo tesoro il temibile pirata Dragut, che in quegli anni imperversava facendo razzie lungo la costa.

Cala dell’Oro

Leggenda narra che due giovani di Camogli, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, riportarono alla luce il prezioso bottino: scintillanti monete d’oro. Tornarono nella notte in barca con alcuni amici e, tra le nebbie che avvolgevano il mare, notarono la sagoma di un antico veliero a cui si avvicinava una piccola barca a remi. Sopra la barca, un’alta figura che pareva indossare un mantello e un turbante. La scialuppa raggiunse il veliero, che navigò per alcuni metri prima di dissolversi nella nebbia. A quel punto, i giovani raggiunsero la grotta dove avevano scovato le monete: non c’era più nulla. Dragut era tornato a riprendere il suo tesoro nascosto centinaia di anni prima. 

Lasciamo Cala dell’Oro e le sue leggende piratesche sotto di noi e torniamo a camminare lungo il sentiero, solcato dal tubo in cemento. Poco dopo, Valerio indica davanti a noi una parete di roccia su cui appare un sifone in ghisa. La risposta è sì: a breve dovremo attraversare quel tratto, che è il punto più ostico dell’itinerario. 

Il sifone! Questo è il passaggio più ostico dell’itinerario.

Prima, ci aspetta il passaggio in una piccola valle attraversata dal tubo in ghisa: non è particolarmente complesso, l’ausilio di una corda e di appigli nel conglomerato rendono l’attraversamento piuttosto agevole. Ora, però, viene il bello. Valerio, accanto a noi, ci spiega come affrontare la discesa del sifone, raggiungere la scaletta sottostante, poi proseguire lungo la parete di roccia, restando sempre ben aggrappati alla catena. In questo passaggio c’è da fare attenzione. Quindi, tanto per fare un esempio, evitare di immortalare l’impresa facendosi selfie o simili. La roccia presenta diversi appigli naturali su cui poggiare i piedi mentre ci si sostiene alla catena, ma è fondamentale concentrarsi e guardare bene dove ci si appoggia: sotto di noi c’è pur sempre un burrone ed è necessario essere molto prudenti. 

 

Passaggio attrezzato con catene

Più avanti, incontriamo la seconda galleria: la volta è leggermente più alta rispetto alla prima, ma procediamo sempre con l’ausilio della lampada da fronte. Ora il percorso muove in piano, addentrandosi nella vegetazione in alternanza a tratti più esposti, anche in questo caso attrezzati con catene.

L’entrata della terza galleria

Ed eccola, la terza galleria: un altro dei motivi per cui è necessaria la presenza di una guida durante l’escursione. Non per la pericolosità, ma per illustrare come procedere nella maniera più ottimale per non compromettere la fauna che all’interno della galleria – particolarmente umida e spesso allagata – ha trovato l’habitat ideale per la riproduzione (alcune specie di anfibi) e per trovare riparo e trascorrere il letargo (pipistrelli). Sulla volta della galleria, piccole stalattiti calcaree ci ricordano quanto sia importante muoversi con cautela e fare il possibile per preservare questo ambiente così prezioso.

 

Sbuchiamo dalla galleria: siamo nella valle di San Fruttuoso e presto l’abbazia (la visita è assolutamente consigliata, per informazioni: Fai – Abbazia di San Fruttuoso) compare laggiù, al centro di quella che è una delle baie più belle al mondo. 

L’ultimo tratto del percorso ci porta alla sorgente Caselle. Qui ci salutiamo: noi scegliamo di tornare a San Rocco di Camogli via Pietre Strette, altri di proseguire l’itinerario scendendo a San Fruttuoso e, da qui, proseguire per Portofino. Per i più golosi, tappa all’agririfugio Molini (https://agririfugiomolini.it/) che si incontra proprio lungo il sentiero che, da Caselle, scende a San Fruttuoso. 

Vista su San Fruttuoso

Eccoci tornati a San Rocco, soddisfatti a conclusione di un’escursione davvero unica nel suo genere, che racchiude in sé quanto di bello può offrire il nostro territorio. 

Guarda la gallery dell’escursione!

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *